Per una mobilitazione positiva

Il referendum è passato, ma la fine del mondo non è arrivata. Un pò come l’attesa dell’anno Mille. Alla fine, il 5 dicembre, se visto da Roma, può essere l’inizio di una ricostruzione politica che il Partito Democratico deve a questa città. Parlo di dovere perchè chi aspira ad essere forza di governo, chi si candida a supplire con la propria azione alle difficoltà della vita di tanti, non può assistere a ciò che sta accadendo nella Capitale stando in finestra, o su Twitter.

Non possiamo permettercelo, è un lusso che non è pù nelle nostre possibilità, in special modo noi giovani. Il voto giovanile, questa tornata di voto più di altre, è stato al centro del dibattito pubblico, in modo strumentale, privo di analisi, sbandierato con  una superficialità che non tiene conto della complessità delle generazioni (si, sono più di una) che si ritrovano nella fascia d’età che va dai 18 ai 35 anni. Già di per se mi sembra errato non approfondire meglio quel dato che vede i cosidetti “giovani” primi nelle fasce d’età che hanno sostenuto il No il 4 dicembre, prenderlo come unica verità, però questo compito dovrebbe spettare a noi, ragazzi e ragazze che fanno politica e spero che, chi ha più contezza di me nella materia, possa farlo e darci una chiave di lettura sulla quale non pesino pensieri di parte.

Siamo a Roma, una città dialaniata dai conflitti, corrosa dalla rabbia, ferita dalla politica. Nella nostra città stiamo assistendo giorno dopo giorno ad un imbarbarimento del quotidiano, a strati sociali permeati da indifferenza, che oramai fanno del nichilismo la propria normalità. Non è una città addormentata, ma è sveglia, fervente, problematica. Alle lacerazioni che hanno fatto si che il legame di fiducia che lega il cittadino con il suo amministratore pubblico e con la politica si spezzasse e ne rimanessero pochi brandelli, noi non abbiamo posto rimedio, anzi. Stiamo assistendo all’ennesimo strappo, all’ennesimo allontanamento dei cittadini da ciò in cui avevano fortemente creduto durante le elezioni del giugno scorso. Invece di offrire ai romani e alle romane una risposta diversa, invece di evitare lo strappo definitivo, l’allontanamento completo di parti dell’elettorato romano dalla partecipazione alla vita pubblica, il Partito Democratico sta in finestra.

Virginia Raggi è stata votata da tanti cittadini romani, tanti che da anni non venivano a votare. Tanti giovani, che votavano per la prima volta. Il nostro compito è far si che quella partecipazione che qualcuno ha saputo risvegliare (spingendo sulle leve più becere a volte, non c’è dubbio) non sparisca con il lento declino della Sindaca. Però attrarre i cittadini presuppone che si faccia politica ed il voto del 4 dicembre e le conseguenze che questo ha portato nel corpo del Parito Democratico non stanno permettendo di liberare energie positive volte all’inclusione e alla costruzione di un percorso che possa essere una speranza per Roma. Ad una città ferita non serve un partito rabbioso, una società frammentata non ha bisogno di un PD litigioso. Se non saremo noi a porre rimedio a queste ferite inferte alla credibilità della politica saranno le destre a far crescere il proprio consenso sulle macerie di ciò che ne rimane, sfruttando il malessere, la disaffezione, la rabbia, pane quotidiano per chi si serve della violenza per comandare.

Per questo a mio avviso serve una mobilitazione positiva. Un attivismo che parta dai territori e dai loro bisogni, che veda noi giovani in ascolto invece che persi in chiacchere, liberi dagli inquadrati schemi boriosi, forti dell’attenzione e la cura che possiamo rivolgere ai nostri quartieri. Nella prima puntata della nuova trasmissione televisiva di Michele Santoro si è parlato delle periferie romane, si è paralto di giovani. I servizi mandati in onda hanno mostrato bambine di 12 anni impegnate come vedette durante lo spaccio di droga, pronte ad allertare i fratelli spacciatori se qualcuno di sospetto si fosse avvicinato. I loro fratelli non dimostravano più di vent’anni.

Simone, il ragazzo di Tor Sapienza che pochi giorni fa ha scritto alla Raggi si è chiesto come si può aver paura delle proprie strade, dei propri quartieri. Una città che ha paura di se stessa, come va avanti? Come può produrre qualcosa di positivo, solidale, inclusivo? Come può Roma accogliere se il sentimento che la domina è la paura, il sospetto? Se noi abdichiamo al nostro ruolo in un momento così delicato qualcuno farà sue le debolezze di un’intera città, ignorando la complessità di questo tempo e servendosi di parole semplici camminerà sulle criticità, come purtroppo è già successo in passato. Un film già visto di cui ci parla anche il dato di voto per Giorgia Meloni nelle ultime elezioni comunali.

Le forze positive non nascono tali, vanno coltivate, incoraggiate, sostenute. Questo dovrebbee essere a mio avviso il nostro compito, la costruzione di una mobilitazione positiva, gentile, che non assecondi lo scontro e la brutalità dei tempi, ma che guardi al bene di tutti. Progettualità, ascolto, conoscenza. Assumiamoci anche noi la resposabilità di avere a cuore Roma, non solo a parole, ma con i fatti. Viviamoci il nostro tempo accompagnandolo verso percorsi migliori diventando la classe dirigente di cui il nostro Partito ha bisogno, ora più che mai, con l’umiltà di cui la politica ha bisogno ed il sorriso che sempre più è assente in questa città. Ci sono spazi immensi da fare nostri, grandi e piccoli conflitti che possiamo affrontare, difficili fratture da tentare di rinsaldare con la cura e l’attenzione di chi ha a cuore il prossimo. Davanti a tutto questo le nostre beghe interne sono piccole cose, impariamo a riconoscerlo.

Se la politica è debole non la si abbandona, la si cambia. Buon lavoro a tutti.

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