I compiti servono. I genitori che non li fanno fare no.

Oramai si moltiplicano le notizie che ci raccontano di genitori indignati per la mole di compiti che la scuola assegna ai loro figli: troppi compiti per le vacanze, troppi compiti durante la settimana, troppi compiti nel weekend. Insomma, è iniziata, da parte della nuova generazione di mamme e papà, una guerra ai compiti.

Questo atteggiamento non lo ritroviamo solamente per le attività da svolgersi a casa, ma l’intromissione dei genitori nella vita scolastica dei figli è sempre più presente. C’era chi, anni fa, durante l’Onda l’aveva sottolineato, ma, passando per pazzi mitomani, siamo stati prontamente azzittiti.

“Mia figlia ha diritto a giocare dopo che alle 16:30 è uscita da scuola”: che dire, non fa una piega. Però, l’affermazione di una mamma adirata per i troppi compiti si scontra con varie questioni che incrociano la didattica, lo stare a scuola e l’importanza del lavoro a casa. Stare a scuola fino al pomeriggio non vuol dire quasi mai essere piantati su un banco fino al suono della campanella, forse, tranne sporadici casi, tutti possono confermarlo. C’è chi va in giardino dopo il pranzo, c’è chi ha una didattica diversa improntata su un differente modo di apprendere rispetto alla didattica frontale, c’è chi fa fare lavori manuali. Ed ecco che forse, per i nostri più piccoli studenti, il gioco può essere parte integrante dell’attività scolastica di tutti i giorni, andando ad incontrare le richieste molte volte sottoposte al Ministero riguardo ad una mobilità dei bambini e delle bambine nelle classi, l’abbattimento della barriera fisica del banco, l’attenzione all’apprendimento fisico e motorio, scalfendo il più possibile la staticità.

Rinunciare ai compiti a casa è lesivo della presa di responsabilità del bambino. Mano a mano che si va avanti con il percorso formativo si riconosce l’importanza di quegli esercizi, delle pagine di quaderno piene di scarabocchi, delle frasi da concludere sul libro e dell’analisi grammaticale. Studiare è un tuo compito e come tale va portato avanti fino in fondo. Si prende consapevolezza del tempo, si stimola l’attenzione e la si esercita, si fanno i conti con se stessi: tutto questo, sembrerà strano, lo fanno i compiti a casa.

A volte il carico può essere eccessivo, è vero. Ma la guerra ai compiti porta solo all’impoverimento della figura istituzionale del docente e alla perdita di esperienze del bambino, anche perchè, se è vero che per fare i compiti non si esce, non si incontrano altri coetanei, a volte non si possono fare sport, è vero anche che nella crescita c’è bisogno di questo, anche questa è una porzione importante della nostra vita. Non dimentichiamoci che i compiti possono essere fatti in gruppo, in luoghi diversi da casa, in spazi come biblioteche o ludoteche (che sono sempre meno, purtroppo). Leggendo le lamentele dei genitori intervenuti sul web mi sono chiesto come avrei potuto avere la pazienza di riempire pagine e pagine di metrica greca e latina in interi sabati pomeriggio se non avessi passato ore e ore a fare analisi grammaticali e ad imparare nomi di popolazioni antiche. Non ce l’avrei fatta, il mio livello di attenzione sarebbe stata poco attivo ed il liceo sarebbe stato un inferno.

I bambini e le bambine devono giocare, ma c’è un tempo per tutto e questo devono capirlo sia le scuole, sia i genitori. Dovremmo combattere per una scuola dove la classe diventi un luogo accogliente, attivo, dinamico, reinventando il modo di starci dentro e sostenere un patto tra docenti – genitori – alunni per rifondare una scuola che convive e non lotta al suo interno. Perchè ai bambini non fa bene sentir parlare male della maestra al telegiornale o sui giornali. Non è così che li si difende.

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Una domenica al museo…degli orrori.

Oggi ho dedicato il pomeriggio alla vista del Museo Luigi Pigorini all’Eur.

Questa non è la mia prima visita e per questo ho potuto guardarlo con occhi più critici. Grazie alla gratuità di cui oggi si poteva usufruire il museo è affollato, diversamente da come lo si può vedere normalmente. Nonostante la grande partecipazione il personale è pressochè assente: oltre l’inserviente in biglietteria c’è solo un operatore per tutta la struttura. Sia chiaro, non sto parlando di personale dedicato all’utente, pronto a spiegare al visitatore le opere conservate, ma un uomo che si aggira nelle sale facendo su e giù tra un piano e l’altro.

Dalle prime sale è chiaro che c’è un problema nell’areazione,  un caldo soffocante, aria rarefatta. Il percorso espositivo vede teche poco illuminate, accompagnate da pannelli informativi con testi fittissimi, in un carattere molto piccolo e poco invitante. La grafica dei pannelli sembra rimasta ad almeno dieci anni fa, non c’è cura per l’occhio del visitatore, non c’è colore che indichi concetti chiave, assente qualsiasi guida nella lettura della sala. Per non parlare delle didascalie per i manufatti esposti: una addirittura ci informa che le due maschere che descrive sono nuove acquisizioni, peccato che la data della presa in carico dell’opera risale al 2004.

Sostegno alla visita dovrebbe essere il materiale audiovisivo, peccato che le immagini provengano da vecchi televisori che potrebbero essere loro stessi inseriti nella collezione del museo ed il materiale video sia poco nitido e chiaro. Le immagini appese al muro nell’area espositiva dedicata alle armi sono sbiadite nei punti in cui i faretti le illuminano, alcune teche hanno illuminazione ad intermittenza, altre sono sporche e piene di ditate e polvere. Alcuni percorsi finiscono davanti ad un cartello “no entry”, un’opera in restauro viene segnatata sul muro vuoto con un foglio appeso, che si tiene per miracolo.

Basta entrare all’ultimo piano, nell’ultimo percorso espositivo per capire quanto sia grave la situazione di questo museo. Ci sono pannelli informativi rovinati fino a perdere pezzi, altri a terra ammucchiati, pareti in allestimento, cuscini per le sedute dei visitatori con macchie evidenti, finestre aperte (menomale!) che non vengono lavate da anni, tende ingiallite e macchiate.

Insomma, un vero incubo. Un museo che potrebbe essere, per la materia che ne è il fulcro, un fiore d’occhiello della città, andando a parlare a pubblici diversi attraverso percorsi targati sull’interesse del visitatore. Quanti bambini potrebbero essere interessati dal Paleolitico,  all’evoluzione dell’uomo, apprendendo al meglio ciò che nei primi giorni di scuola si legge nei libri? Le nuove tecnoligie, un vero museo interattivo che parli lingue diverse e non solo l’italiano (infatti le didascalie sono solo in italiano!), andando a sperimentare nuove forme di didattica: questa può essere una mission di questo museo. Naturalmente non perdendo la sua anima specialistica, ma aprendo a diverse vocazioni.

Purtroppo come tutto ciò che dice troppo, dice poco. Un museo troppo vasto per com’è concepito e che lascia il visitatore stordito, portandolo  alla fine del percorso di visita dubbioso e disinteressato. Insomma, la comunicazione non è ragionata, la pulizia non c’è, l’accoglienza è inesistente, l’allestimento posticcio e vetusto, l’assenza di strumenti di sostengo alla visita. Fa rabbia, tanta, perchè non parliamo di grandi innovazioni da apportare (che pur farebbero bene), ma di piccole attenzioni che lo renderebbero un museo dell’oggi.

Uscendo ho potuto notare il bookshop. Dal vetro si vede una sala buia e vuota, con scatoloni a terra e polvere ovunque. Mi ha ferito esserci passato davanti e non essermi stupito: alla fine della visita mi sono abituato al brutto e alla negligenza. L’indifferenza non dovrebbe essere lo stato d’animo che ci pervade dopo una visita ad un museo. Forse c’è qualcosa di sbagliato. Forse eh.