Una città che sopravvive

Roma il sabato mattina ha un volto nuovo: diverso dalla domenica (o troppo caotica o troppo vuota), distante dal resto della settimana (o troppo roboante o infinitamente asettica).

Il sabato mattina vuol dire prendersi gli spazi che per gli impegni settimanali si sono lasciati indietro, guardando al fine settimana come l’approdo di tutti i “poi vediamo”.

Il sabato mattina hai il tempo per prenderti un caffè in pace, per pensare ai passanti, per guardare in faccia la signora alla cassa, per sistemare le banconote del resto nel portafogli in modo civile e non come fossero carta straccia.

Il sabato mattina perfino Roma può sembrare una città. Strano a credersi, difficile da pensare, ma guardandosi intorno si può dare un senso alle cose. Che poi il non-sense di questa città è affascinante, senza ombra di dubbio, ma giorno dopo giorno diventa soffocante, una gabbia complicatissima da aprire, con poca luce che si mostra ramente. Allora la viviamo con fatica, accentuandone i problemi, diventando noi stessi il principale nemico della coerenza inespressa di Roma.

Roma ha imparato a galleggiare, a farsi trascinare senza troppi sconvolgimenti, magari più villipesa, magari più offuscata, ma mai persa, mai lontana. Sa esserci in silenzio, perchè non si fida più e quindi aspetta e aspetterà finchè qualcuno non capirà come amarla. In questo status sopravvive, guardando dall’alto dei suoi palazzi, delle sue cupole, delle sue mura, chi affannosamente cerca di districarsi tra gli innumerevoli grovigli da noi creati. Roma sospira perchè non può far altro, parlare sarebbe tempo sprecato, abbiamo perso il vocabolario per tradurre ciò che dice. Cerchiamo di trasformarla, la politica trova sempre le parole adatte per annunciare cambiamenti, radicali evoluzioni, immancabili riusi destinati alla città del futuro. Tutti sanno il bene che si potrebbe fare, nessuno ascolta in silenzio, tutti parlano, ne hanno un bisogno spasmodico per sfogare il bisogno di testimoniare la propria presenza nel dibattito sulla Roma che verrà. Sembra quasi come quando i genitori parlano del proprio figlio, del suo destino, delle sue marachelle, dei suoi sbagli davanti a lui accusandosi a vicenda per errori commessi oramai irrecuperabili. Tutto finisce con un sorriso al piccolino ed una falsa rassicurazione racchiusa in un “non è niente”.

Il sabato mattina basterebbe ascoltare e guardare, per ammirare la città che sopravvive, che non da giudizi, che si fa narrare senza sosta in una bulimica produzione di soluzioni radicali, di sicurezze. Basterebbe scrutarla bene questa falsa città, il sabato mattina, per poter sospendere anche noi il giudizio per un attimo, se ne siamo capaci e darle il beneficio del dubbio, rimanendo con qualche interrogativo in più a cui pensare. Basterebbe pensare, insomma, il sabato mattina.

 

 

 

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