Il fantomatico valore taumaturgico della cultura

Quante volte negli ultimi mesi a Roma abbiamo sentito parlare di come risanare zone periferiche, di come risolvere conflitti sociali, riempire il vuoto lasciato troppo spesso dalle amministrazioni. La frase prediletta è la seguente: “C’è bisogno di cultura”. Si, è vero, ce n’è un gran bisogno, ma la banalità di tale affermazione la rende equivalente all’altrettanto odiosa frase “la cultura è il petrolio dell’Italia”.

Vorrei capire come si risolvono i problemi sociali di una periferia, come si sanano le forti criticità di aree compromesse attraverso la fantomatica “cultura”. Perchè se riuscissimo ad immaginare una progettualità culturale che tocchi pubblici diversi, si radichi in processi complessi, guardi ai bisogni crescenti, si sviluppi con senso compiuto attraverso il sostegno e l’apporto della cittadinanza allora tutto sarebbe più chiaro e veramente taumaturgico. Però il presente ci offre ben altro spettacolo, poiché la politica  riesce a mettere in campo poco o niente rispetto ad un percorso radicato in città. Eventi, bandi un giorno e l’altro pure, espressioni come “una biblioteca risolverebbe tanti problemi” quando non si sa bene cosa farsene di una biblioteca quando ce l’abbiamo sotto mano.

Nella mia città vorrei poter vedere una via concreta, fatta di progettualità che cresce nel tempo e si rende anima di sviluppo locale e culturale, vorrei che il pubblico della cultura fosse accompagnato alla conoscenza, che l’elitarismo mascherato da “cultura per tutti” sparisca per lasciare spazio ad una formazione che porti le persone a tornare nei musei e nei nostri poli culturali. Sogno una città in cui si reinventa per lasciare qualcosa al cittadino, perché la bellezza non rimanga al suo posto, ma trovi spazio nel cuore e nella testa di chi osserva, ascolta, comprende. Spero in una città che accompagni mano nella mano il suo cittadino nel pensare, avvicinando tutti a ciò che sembra più complesso, perchè non si dica mai “io il Contemporaneo non lo capisco” e se così è dobbiamo lavorare di più, sempre di più, trovando la chiave per far sorridere della semplicità senza scadere nella banalità. Vorrei che l’Estate Romana non fosse una grande discoteca all’aperto o delle bancarelle sul fiume, ma qualcosina in più. Potrei sognare che qualcuno spieghi ai cittadini dell’estrema periferia perchè si sta tanto lavorando su via dei Fori Imperiali, accompagnandoli e chiedendogli se vicino a casa loro c’è una “bellezza” da valorizzare e conoscere, un loro piccolo luogo di cultura, per sentirsi protagonisti e non spettatori. Raccontare Petroselli non basta, pensare che far vedere un documentario sulle sua azioni porti chissà quale giovamento è ridicolo e poco rispettoso della persona a cui è dedicata tale pellicola. Il percorso tra le case degli artisti locate in città va bene, può convincerci, ci siamo dotati di un mezzo in più per la macchina del turismo a Roma, ma non basta.

La visione estetizzante della cultura è un retaggio antico e ancora facciamo fatica a liberarcene, sarebbe troppo pensare di superarla nella velocità di cinque anni di governo cittadino. Però si può cominciare a lavorare per far si che la via non sia più così accidentata. Peccato che ad oggi di tutto ciò non si vedano che sbiadite tracce.

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