Il Teatro Pasquale de Angelis sotto sfratto.

Nel Municipio Roma VIII continua lo stillicidio delle realtà culturali. Da L’Ambra alla Garbatella, alla ludoteca al Giardino Pisino chiusa e vandalizzata, dalle manifestazioni per la Memoria annullate all’assenza di iniziative o bandi a sostegno del mondo della cultura.

A questo elenco brutale si aggiunge il Teatro Municipale Pasquale de Angelis, in via Ballarin. A seguito della delibera n.140/2015 sul patrimonio indisponibile del Comune di Roma, gli uffici municipali stanno inviando numerosi solleciti di sfratto all’Associazione Marte 2010, che, pur avendo una convenzione con il Municipio in mano oramai scaduta, non ha interlocutori con cui confrontarsi sul futuro di questo spazio, su un possibile bando, su una nuova destinazione d’uso, sullo spettro dell’abbandono che potrebbe calare anche su questa bellissima esperienza.

Per raccontarvi meglio come stanno le cose potete leggere la sintesi di Silvia Mazzotta a corredo della raccolta firme che l’associazione ha lanciato per sottoporre all’Assessore Luca Bergamo la questione.

Aiutiamoli, Stare con loro vuol dire stare con tante famiglie, con tanti cittadini e cittadine che usufruiscono di un servizio sociale e culturale, uno strumento aggregativo fortissimo da tutelare e far crescere, senza rischiare di mandare alle ortiche anni di lavoro.

https://www.change.org/p/virginia-raggi-quale-futuro-per-il-teatro-municipale-pasquale-de-angelispasquale

La Piramide e la Porta San Paolo. La pedonalizzazione mai realizzata.

E’ degli ultimi giorni di aprile l’articolo de La Stampa  che annunciava un progetto di pedonalizzazione di via Persichetti che possa permettere l’ampliamento dell’area destinata alla Piramide Cestia ed una connessione con Porta San Paolo. L’idea viene da lontano, dal 2008, quando, sotto la Giunta Alemanno, furono avanzate proposte dagli enti di tutela all’amministrazione per migliorare la valorizzazione dei due siti.

Nel 2015 con il restauro della Piramide che l’ha restituita in tutta la sua bellezza, Rita Paris aveva rilanciato il monito di una pedonalizzazione da portare a termine al più presto. Nel caso contrario, il lavoro di restauro sarebbe stato inutile poiché pochi avrebbero usufruito del bene e la valorizzazione sarebbe stata nuovamente ostacolata.

La Porta San Paolo, che ad oggi ospita il Museo della via Ostiense, non è altro che uno spartitraffico, un’isola irraggiungibile (a parte grazie ad alcune strisce pedonali realizzate su richiesta dell’VIII e del I Municipio sotto la Giunta Marino) che non dialoga con la città, con il paesaggio circostante e le strade che la circondano. Dai torrioni una vista meravigliosa si prospetta a chi sale le sue strette scale, una vista che parla di Garbatella e dell’Ostiense e che dialoga con il vicino Gazometro. Sarebbe interessante poter far convivere negli spazi della Porta San Paolo anche elementi di storia moderna e contemporanea, che parlino dell’Ostiense del Novecento, della battaglia contro il nazifascismo, del passato operaio della zona e delle modifiche urbanistiche subite dal territorio. Un vero e proprio Museo dell’Ostiense che sappia guardare in modo ampio alla storia locale.

Le Mura, la Piramide, la Porta San Paolo, il Cimitero Acattolico: tutto questo potrebbe divenire un unico polo di visita, integrato e ben valorizzato. Così sarebbe anche più facile dare una nuova vita a via del Campo Boario e alla passeggiata lungo le Mura, spesso soggetta a degrado e sporcizia.

Serve un piano per la mobilità, servono investimenti, serve un po’ di coraggio ed un pizzico di collaborazione tra enti. Ma soprattutto serve la politica.

Il Municipio dell’Appia Antica senza assessore alla Cultura

Nelle complesse dinamiche interne del Movimento 5 stelle dell’VIII Municipio, che vedono il Presidente Pace trincerato nel difendersi dagli attacchi dei suoi compari, l’amministrazione continua a non avere un assessore che si occupi di cultura.

Un territorio che vanta nei suoi confini le aree più prestigiose dell’Appia Antica, che ha negli anni annoverato tra i suoi vanti quello di essere un territorio dal fermento culturale invidiabile, laboratorio di idee innovative nell’ambito interculturale, ora langue su ognuno di questi fronti.

Dopo una partenza a cui guardare con interesse, quella dell’ex assessora Sandra Giuliani, ora tutto tace. Nessuna iniziativa in cantiere, nessuna proposta neanche dal Campidoglio che non ha destinato fondi per i Municipi in occasione del periodo natalizio. Un silenzio da parte del Vicesindaco Bergamo che riecheggia in via Benedetto Croce.

Complesso lavoro è quello che i titolari della delega alla cultura devono svolgere nei Municipi: i pochissimi margini di azione amministrativa, il mancato decentramento e i fondi che scarseggiano rendono queste figure ponti per le tante realtà culturali che guardano ai Municipi come un interlocutore a cui rivolgersi e con i quali cercare di far crescere nei territori progetti ed idee. Fare rete: questo è il compito di chi si appresta a svolgere questa mansione. Costruire relazioni, far nascere un puzzle armonico, tessera dopo tessera, pezzo dopo pezzo.

Ad ora non ci sono reti, ma solamente silenzio. E si sa, con la cultura, il silenzio, c’entra ben poco.

Volontariato, concorsi a premi, scontrinisti. Il 2017 dei professionisti dei beni culturali

Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2017 per i giovani professionisti dei beni culturali si prefigura un annus horribilis.

Il bando per 1050 posti per il Servizio Civile pubblicato i primi giorni di gennaio ha segnato già una partenza in salita. Il bando, naturalmente come da prassi per il Servizio Civile, non prevede conoscenze pregresse nella materia di interesse dei progetti, ne lauree che facilitano l’ingresso in graduatoria. Non c’è da stupirci: non parliamo infatti di esperienze lavorative destinate a chi per lavorare in archivi, musei, biblioteche e siti archeologici ha studiato anni, ma a tutti i giovani che rientrano nella fascia d’età prevista.

I progetti presentati dal MIBACT destinati ai volontari sembrano tutto fuorché attività da Servizio Civile. Parliamo di lavoro qualificato, di un tentativo palese di riempire i vuoti di personale del MIBACT sfruttando un programma nobile come quello del Servizio Civile. Questo cosa comporta? Lo snaturarsi progressivo di questo progetto ed il continuo ricatto ai danni di giovani professionisti che, pur di portare a casa almeno 430 euro al mese, si prestano a volontariato senza sbocchi lavorativi futuri. Ancora una volta si mettono toppe, anche in modo maldestro, senza trovare una soluzione concreta.

Si aggiunge a questa prospettiva già poco rosea il bando Valore Museo, ad opera della Cassa di Risparmio di Firenze e della Regione Toscana, rivolto a 12 musei della Regione e a 12 giovani volenterosi di continuare a formarsi lavorando in attività gestionali all’interno delle strutture museali. L’assurdità di tale bando tocca vette altissime, andando a somigliare più ad un concorso a premi che ad una vera opportunità lavorativa. I vincitori del bando saranno formati per 42 ore, lavoreranno 6 mesi part – time a 7,50 l’ora. Il bando prevede anche due vincitori finali: in premio un viaggio in una località europea dove approfondire la propria formazione. Pensate che spostamenti, pasti, cene, spese scientifiche saranno pagate durante questo splendido viaggio? La risposte è ovviamente no.

Andiamo avanti. Non contenti di tutto ciò, la Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio del MIBACT indice in questi giorni un bando per la selezione di un’associazione di volontariato mirato alla realizzazione di “attività di collaborazione in ordine alla raccolta di informazioni e documentazione inerenti al patrimonio archeologico, architettonico, storico e artistico“. Già solo questa descrizione fa tremare i polsi.

Se ci sommiamo i tirocini formativi del Ministero spariti (forse la mala gestione di quelli degli anni passati ha imposto una riflessione?) e la denuncia di un’operatrice della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, “volontaria”, pagata con rimborso spese previa visione di scontrini fino ad un massimo di 400 euro, è meglio che smettiamo di leggere i giornali. O di cercare lavoro, tanto in Italia è meglio darsi al volontariato.

Per una mobilitazione positiva

Il referendum è passato, ma la fine del mondo non è arrivata. Un pò come l’attesa dell’anno Mille. Alla fine, il 5 dicembre, se visto da Roma, può essere l’inizio di una ricostruzione politica che il Partito Democratico deve a questa città. Parlo di dovere perchè chi aspira ad essere forza di governo, chi si candida a supplire con la propria azione alle difficoltà della vita di tanti, non può assistere a ciò che sta accadendo nella Capitale stando in finestra, o su Twitter.

Non possiamo permettercelo, è un lusso che non è pù nelle nostre possibilità, in special modo noi giovani. Il voto giovanile, questa tornata di voto più di altre, è stato al centro del dibattito pubblico, in modo strumentale, privo di analisi, sbandierato con  una superficialità che non tiene conto della complessità delle generazioni (si, sono più di una) che si ritrovano nella fascia d’età che va dai 18 ai 35 anni. Già di per se mi sembra errato non approfondire meglio quel dato che vede i cosidetti “giovani” primi nelle fasce d’età che hanno sostenuto il No il 4 dicembre, prenderlo come unica verità, però questo compito dovrebbe spettare a noi, ragazzi e ragazze che fanno politica e spero che, chi ha più contezza di me nella materia, possa farlo e darci una chiave di lettura sulla quale non pesino pensieri di parte.

Siamo a Roma, una città dialaniata dai conflitti, corrosa dalla rabbia, ferita dalla politica. Nella nostra città stiamo assistendo giorno dopo giorno ad un imbarbarimento del quotidiano, a strati sociali permeati da indifferenza, che oramai fanno del nichilismo la propria normalità. Non è una città addormentata, ma è sveglia, fervente, problematica. Alle lacerazioni che hanno fatto si che il legame di fiducia che lega il cittadino con il suo amministratore pubblico e con la politica si spezzasse e ne rimanessero pochi brandelli, noi non abbiamo posto rimedio, anzi. Stiamo assistendo all’ennesimo strappo, all’ennesimo allontanamento dei cittadini da ciò in cui avevano fortemente creduto durante le elezioni del giugno scorso. Invece di offrire ai romani e alle romane una risposta diversa, invece di evitare lo strappo definitivo, l’allontanamento completo di parti dell’elettorato romano dalla partecipazione alla vita pubblica, il Partito Democratico sta in finestra.

Virginia Raggi è stata votata da tanti cittadini romani, tanti che da anni non venivano a votare. Tanti giovani, che votavano per la prima volta. Il nostro compito è far si che quella partecipazione che qualcuno ha saputo risvegliare (spingendo sulle leve più becere a volte, non c’è dubbio) non sparisca con il lento declino della Sindaca. Però attrarre i cittadini presuppone che si faccia politica ed il voto del 4 dicembre e le conseguenze che questo ha portato nel corpo del Parito Democratico non stanno permettendo di liberare energie positive volte all’inclusione e alla costruzione di un percorso che possa essere una speranza per Roma. Ad una città ferita non serve un partito rabbioso, una società frammentata non ha bisogno di un PD litigioso. Se non saremo noi a porre rimedio a queste ferite inferte alla credibilità della politica saranno le destre a far crescere il proprio consenso sulle macerie di ciò che ne rimane, sfruttando il malessere, la disaffezione, la rabbia, pane quotidiano per chi si serve della violenza per comandare.

Per questo a mio avviso serve una mobilitazione positiva. Un attivismo che parta dai territori e dai loro bisogni, che veda noi giovani in ascolto invece che persi in chiacchere, liberi dagli inquadrati schemi boriosi, forti dell’attenzione e la cura che possiamo rivolgere ai nostri quartieri. Nella prima puntata della nuova trasmissione televisiva di Michele Santoro si è parlato delle periferie romane, si è paralto di giovani. I servizi mandati in onda hanno mostrato bambine di 12 anni impegnate come vedette durante lo spaccio di droga, pronte ad allertare i fratelli spacciatori se qualcuno di sospetto si fosse avvicinato. I loro fratelli non dimostravano più di vent’anni.

Simone, il ragazzo di Tor Sapienza che pochi giorni fa ha scritto alla Raggi si è chiesto come si può aver paura delle proprie strade, dei propri quartieri. Una città che ha paura di se stessa, come va avanti? Come può produrre qualcosa di positivo, solidale, inclusivo? Come può Roma accogliere se il sentimento che la domina è la paura, il sospetto? Se noi abdichiamo al nostro ruolo in un momento così delicato qualcuno farà sue le debolezze di un’intera città, ignorando la complessità di questo tempo e servendosi di parole semplici camminerà sulle criticità, come purtroppo è già successo in passato. Un film già visto di cui ci parla anche il dato di voto per Giorgia Meloni nelle ultime elezioni comunali.

Le forze positive non nascono tali, vanno coltivate, incoraggiate, sostenute. Questo dovrebbee essere a mio avviso il nostro compito, la costruzione di una mobilitazione positiva, gentile, che non assecondi lo scontro e la brutalità dei tempi, ma che guardi al bene di tutti. Progettualità, ascolto, conoscenza. Assumiamoci anche noi la resposabilità di avere a cuore Roma, non solo a parole, ma con i fatti. Viviamoci il nostro tempo accompagnandolo verso percorsi migliori diventando la classe dirigente di cui il nostro Partito ha bisogno, ora più che mai, con l’umiltà di cui la politica ha bisogno ed il sorriso che sempre più è assente in questa città. Ci sono spazi immensi da fare nostri, grandi e piccoli conflitti che possiamo affrontare, difficili fratture da tentare di rinsaldare con la cura e l’attenzione di chi ha a cuore il prossimo. Davanti a tutto questo le nostre beghe interne sono piccole cose, impariamo a riconoscerlo.

Se la politica è debole non la si abbandona, la si cambia. Buon lavoro a tutti.

I compiti servono. I genitori che non li fanno fare no.

Oramai si moltiplicano le notizie che ci raccontano di genitori indignati per la mole di compiti che la scuola assegna ai loro figli: troppi compiti per le vacanze, troppi compiti durante la settimana, troppi compiti nel weekend. Insomma, è iniziata, da parte della nuova generazione di mamme e papà, una guerra ai compiti.

Questo atteggiamento non lo ritroviamo solamente per le attività da svolgersi a casa, ma l’intromissione dei genitori nella vita scolastica dei figli è sempre più presente. C’era chi, anni fa, durante l’Onda l’aveva sottolineato, ma, passando per pazzi mitomani, siamo stati prontamente azzittiti.

“Mia figlia ha diritto a giocare dopo che alle 16:30 è uscita da scuola”: che dire, non fa una piega. Però, l’affermazione di una mamma adirata per i troppi compiti si scontra con varie questioni che incrociano la didattica, lo stare a scuola e l’importanza del lavoro a casa. Stare a scuola fino al pomeriggio non vuol dire quasi mai essere piantati su un banco fino al suono della campanella, forse, tranne sporadici casi, tutti possono confermarlo. C’è chi va in giardino dopo il pranzo, c’è chi ha una didattica diversa improntata su un differente modo di apprendere rispetto alla didattica frontale, c’è chi fa fare lavori manuali. Ed ecco che forse, per i nostri più piccoli studenti, il gioco può essere parte integrante dell’attività scolastica di tutti i giorni, andando ad incontrare le richieste molte volte sottoposte al Ministero riguardo ad una mobilità dei bambini e delle bambine nelle classi, l’abbattimento della barriera fisica del banco, l’attenzione all’apprendimento fisico e motorio, scalfendo il più possibile la staticità.

Rinunciare ai compiti a casa è lesivo della presa di responsabilità del bambino. Mano a mano che si va avanti con il percorso formativo si riconosce l’importanza di quegli esercizi, delle pagine di quaderno piene di scarabocchi, delle frasi da concludere sul libro e dell’analisi grammaticale. Studiare è un tuo compito e come tale va portato avanti fino in fondo. Si prende consapevolezza del tempo, si stimola l’attenzione e la si esercita, si fanno i conti con se stessi: tutto questo, sembrerà strano, lo fanno i compiti a casa.

A volte il carico può essere eccessivo, è vero. Ma la guerra ai compiti porta solo all’impoverimento della figura istituzionale del docente e alla perdita di esperienze del bambino, anche perchè, se è vero che per fare i compiti non si esce, non si incontrano altri coetanei, a volte non si possono fare sport, è vero anche che nella crescita c’è bisogno di questo, anche questa è una porzione importante della nostra vita. Non dimentichiamoci che i compiti possono essere fatti in gruppo, in luoghi diversi da casa, in spazi come biblioteche o ludoteche (che sono sempre meno, purtroppo). Leggendo le lamentele dei genitori intervenuti sul web mi sono chiesto come avrei potuto avere la pazienza di riempire pagine e pagine di metrica greca e latina in interi sabati pomeriggio se non avessi passato ore e ore a fare analisi grammaticali e ad imparare nomi di popolazioni antiche. Non ce l’avrei fatta, il mio livello di attenzione sarebbe stata poco attivo ed il liceo sarebbe stato un inferno.

I bambini e le bambine devono giocare, ma c’è un tempo per tutto e questo devono capirlo sia le scuole, sia i genitori. Dovremmo combattere per una scuola dove la classe diventi un luogo accogliente, attivo, dinamico, reinventando il modo di starci dentro e sostenere un patto tra docenti – genitori – alunni per rifondare una scuola che convive e non lotta al suo interno. Perchè ai bambini non fa bene sentir parlare male della maestra al telegiornale o sui giornali. Non è così che li si difende.

Una domenica al museo…degli orrori.

Oggi ho dedicato il pomeriggio alla vista del Museo Luigi Pigorini all’Eur.

Questa non è la mia prima visita e per questo ho potuto guardarlo con occhi più critici. Grazie alla gratuità di cui oggi si poteva usufruire il museo è affollato, diversamente da come lo si può vedere normalmente. Nonostante la grande partecipazione il personale è pressochè assente: oltre l’inserviente in biglietteria c’è solo un operatore per tutta la struttura. Sia chiaro, non sto parlando di personale dedicato all’utente, pronto a spiegare al visitatore le opere conservate, ma un uomo che si aggira nelle sale facendo su e giù tra un piano e l’altro.

Dalle prime sale è chiaro che c’è un problema nell’areazione,  un caldo soffocante, aria rarefatta. Il percorso espositivo vede teche poco illuminate, accompagnate da pannelli informativi con testi fittissimi, in un carattere molto piccolo e poco invitante. La grafica dei pannelli sembra rimasta ad almeno dieci anni fa, non c’è cura per l’occhio del visitatore, non c’è colore che indichi concetti chiave, assente qualsiasi guida nella lettura della sala. Per non parlare delle didascalie per i manufatti esposti: una addirittura ci informa che le due maschere che descrive sono nuove acquisizioni, peccato che la data della presa in carico dell’opera risale al 2004.

Sostegno alla visita dovrebbe essere il materiale audiovisivo, peccato che le immagini provengano da vecchi televisori che potrebbero essere loro stessi inseriti nella collezione del museo ed il materiale video sia poco nitido e chiaro. Le immagini appese al muro nell’area espositiva dedicata alle armi sono sbiadite nei punti in cui i faretti le illuminano, alcune teche hanno illuminazione ad intermittenza, altre sono sporche e piene di ditate e polvere. Alcuni percorsi finiscono davanti ad un cartello “no entry”, un’opera in restauro viene segnatata sul muro vuoto con un foglio appeso, che si tiene per miracolo.

Basta entrare all’ultimo piano, nell’ultimo percorso espositivo per capire quanto sia grave la situazione di questo museo. Ci sono pannelli informativi rovinati fino a perdere pezzi, altri a terra ammucchiati, pareti in allestimento, cuscini per le sedute dei visitatori con macchie evidenti, finestre aperte (menomale!) che non vengono lavate da anni, tende ingiallite e macchiate.

Insomma, un vero incubo. Un museo che potrebbe essere, per la materia che ne è il fulcro, un fiore d’occhiello della città, andando a parlare a pubblici diversi attraverso percorsi targati sull’interesse del visitatore. Quanti bambini potrebbero essere interessati dal Paleolitico,  all’evoluzione dell’uomo, apprendendo al meglio ciò che nei primi giorni di scuola si legge nei libri? Le nuove tecnoligie, un vero museo interattivo che parli lingue diverse e non solo l’italiano (infatti le didascalie sono solo in italiano!), andando a sperimentare nuove forme di didattica: questa può essere una mission di questo museo. Naturalmente non perdendo la sua anima specialistica, ma aprendo a diverse vocazioni.

Purtroppo come tutto ciò che dice troppo, dice poco. Un museo troppo vasto per com’è concepito e che lascia il visitatore stordito, portandolo  alla fine del percorso di visita dubbioso e disinteressato. Insomma, la comunicazione non è ragionata, la pulizia non c’è, l’accoglienza è inesistente, l’allestimento posticcio e vetusto, l’assenza di strumenti di sostengo alla visita. Fa rabbia, tanta, perchè non parliamo di grandi innovazioni da apportare (che pur farebbero bene), ma di piccole attenzioni che lo renderebbero un museo dell’oggi.

Uscendo ho potuto notare il bookshop. Dal vetro si vede una sala buia e vuota, con scatoloni a terra e polvere ovunque. Mi ha ferito esserci passato davanti e non essermi stupito: alla fine della visita mi sono abituato al brutto e alla negligenza. L’indifferenza non dovrebbe essere lo stato d’animo che ci pervade dopo una visita ad un museo. Forse c’è qualcosa di sbagliato. Forse eh.

Perchè la Giovanile del PD ha un valore

L’Unità attraverso un suo articolo pone, come già fatto da rappresentati di spicco della dirigenza del Partito Democratico, un quesito importante alla Giovanile: ha senso ancora oggi tenere in piedi un’organizzazione giovanile in un partito come il PD?

Ad oggi, nella situazione in cui si trovano i GD e nel tenore politico che fa discutere internamente il PD, a questo quesito non si può rispondere con una levata di scudi. Sarebbe sbagliato mettere le mani avanti dicendo che “la giovanile non si tocca”: una comunità non può essere un simbolo, ma una struttura dinamica che vive di contrasti, contraddizioni e moto interno, mettendosi sempre in discussione e rispondendo con un confronto franco.

Un partito (ed un governo) che ha comunicato al Paese la propria voglia di cambiamento della classe dirigente attraverso l’inserimento in postazioni di rilievo, anche ministeriali, di figure vicine al limite di età massimo per l’uscita dalla nostra organizzazione, la forte spinta comunicativa di Classe Dem nel voler rappresentare la formazione dei nuovi quadri che governeranno (o che già governano) il PD, una realtà come quella dei FuturDem che figura un nuovo modo di aggregare i giovani intorno alla proposta politica democratica: tutte spinte a mio avviso che rendono l’interrogativo de L’Unità degno di essere analizzato con cura.

La risposta a mio avviso sta in chi si vuole rappresentare, molto semplicemente. Noi apriamo le sezioni, facciamo vivere il partito, lavoriamo alle feste, organizziamo le primarie, ma non possono essere queste le motivazioni per cui un’organizzazione politica rimane in piedi, non può essere la forza numerica, il nostro attivismo la cifra che ci distingue da un partito troppo poco attento a tante questioni.

Chi vogliamo rappresentare quindi? Perchè un ragazzo che abbandona la scuola dovrebbe trovare nei Giovani Democratici un luogo in cui avere uno spazio di crescita? Un ragazzo che si batte per l’ambiente, per il sociale, per i diritti, può trovare nei GD un polo di confronto, un megafono per le sue idee? Qual’è la nostra missione, il nostro obiettivo se non portare la voce di chi non riesce ad urlare ad esprimersi e farsi ascoltare?

Giovani laureati che ancora non vedono riconosciuta la loro professione, schiere di volontari che si accontentano di tutto perchè “almeno fa curriculum” (possiamo dargli torto?), borse di dottorato nelle università ridotte al lumicino, politiche sociali degli enti locali che guardano poco alle giovani generazioni in un coordinamento sempre più complesso tra scuola, famiglia e centri di aggregazione che dovrebbero supplire al sostegno mancato, politiche giovanili che stimolino la creatività, la mobilità, che diano a tutti uguali strumenti per poter esprimere se stessi e costruire un progetto di vita partendo dalla consapevolezza, combattendo nichilismo e solitudine.

La nostra battaglia è proprio questa: combattere le solitudini delle nostre generazioni. Più di una, perchè tra i 16enni e i 28enni di oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, sono cambiati i modi di apprendere, di interagire, di analizzare la realtà e la capacità di domadare. Farlo con la politica è forse il regalo più bello che possiamo fare a chi ancora non si è avvicinato a noi, chi non ha mai messo piede nelle nostre sedi e che magari neanche sa che esistiamo, con progetti concreti, oltre le nostre bellissime “feste di partecipazione e democrazia”, ma con uno spirito costruttivo di solidarietà generazionale. Dobbiamo lottare contro l’annientamento dell’interrogarsi, contro sguardi rivolti dentro noi stessi, contro chi guarda e non osserva, contro una crisi che impoverisce le famiglie e riversa sui più giovani la responsabilità di farcela con le proprie forze. Ad oggi le politiche giovanili non sono nell’agenda del governo: facciamocene carico, rendiamole nostro cavallo di battaglia, dagli eletti ai vari livelli di governo locale e nazionale ai segretari di circolo.

Movimenti, associazioni, realtà extra partitiche sfidiamole sedendoci a tutti i tavoli di confronto, stando davvero nei conflitti, uscendo da logiche di comunicazione che si fermano alle adesioni, alle solidarietà, al comunicato stampa.

Per questo servono i GD e solo noi possiamo svolgere questo ruolo, non perchè siamo “più bravi”, ma perchè possiamo rappresentare chi non è ascoltato, perchè possiamo essere l’interlocutore che manca, perchè possiamo essere, se lo vogliamo veramente, il modello di organizzazione che supera dinamiche correntizzie e si ritrova nella volontà di agire per la nostra collettività, porgendo una mano quando serve.

A Mattia Zunino va un augurio grandissimo, perchè ha sulle sue spalle non solo la responsabilità di far crescere e vivere i Giovani Democratici, ma ha anche quella di tutti coloro che non sono tra le nostre fila, che potrebbero esserlo, che potremmo coinvolgere e sostere ed ancora non abbiamo ascoltato. Abbiamo la responsabilità delle nostre generazioni, non è di certo uno scherzo.

In bocca al lupo Mattia!

 

Se le Biblioteche di Roma perdono lettori, di chi è la colpa?

Sabato è apparso un articolo su La Repubblica (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/01/30/biblioteche-comunali-lettori-addioRoma03.html?ref=search) che descrive una situazione allarmante riguardo ai dati di nuovi iscritti al circuito di Biblioteche di Roma. In forte calo una biblioteca come la Enzo Tortora di Testaccio, in crescita la Casa dei Teatri nello splendido contesto di Villa Pamphilj.

Perchè secondo voi crescono le iscrizioni in una piccola biblioteca, specialistica, che ha sede in una villa storica, anche difficile da raggiungere? Sembra strano, ma in realtà la risposta è più semplice di quello che si pensi. Basta affacciarsi al Villino Corsini la domenica mattina ed il sabato per capire il perchè di questo successo. Anzi, basta pensare alla frase che ho appena scritto: una biblioteca aperta la domenica ed il sabato. Una biblioteca immersa nel verde, che si riempie di studenti, di giovani che trovano un’isola felice dove potersi rifugiare quando Roma ti chiude le porte in faccia. Un’esperienza diversa quindi, che ha elementi di novità, proprio come l’altra biblioteca in crescita, Casa dei Bimbi. Entrambi sono luoghi belli e anche se rischia di sembrare una banalità, una nota senza nessun valore, ma in una città abbrutita dalla mancanza di servizi, da continui scandali, da un tessuto sociale sempre più delicato e fragile, oggi servirebbe anche questo, la costruzione di isole di pace e armonia. Biblioteche dentro i nostri Musei in Comune, ad esempio, dove possibile, se possibile. Ipotizzabile forse, se ci fossero dei fondi per farlo.

Infatti, leggendo l’articolo, un lettore poco attento, potrebbe pensare che la colpa di questo calo sia da dare all’Istituzione Biblioteche che gestisce questi servizi. Però, guardando dietro al velo della prima impressione, dovremmo chiederci perchè il finanziamento assegnato al circuito bibliotecario della Capitale non ha permesso una politica di acquisti che favorisse nuove iscrizioni; possiamo chiederci come mai a bilancio, tolta l’ordinaria amministrazione rimangono pochi fondi per progetti, attività, promozione della lettura, che forse qualche lettore in più porterebbero alle nostre biblioteche; proviamo a domandarci come mai non è stato possibile ragionare su nuove forme di diffusione del libro e del sapere, come ad esempio le sale lettura sparse per la città e le aule studio. La risposta a queste domande è sempre la stessa: depotenziamento a causa di un bilancio che non permette sconti.

Allora, se il bilancio non fa sconti, gli sconti li facciamo sui lettori.

Però poi non ci strappiamo le vesti per i titoli di Repubblica. Il Comune di Roma se li merita, Biblioteche di Roma no.

Le statue sono nude. Gli occhi coperti.

La vicenda delle statue dei Musei Capitolini coperte per non urtare la sensibilità di Rouhani è ormai conosciuta a tutti.

Sconcerto, tutti sgomenti, si urla allo scandalo. Però pochi si rendono conto che l’oggetto della rivolta italica, in parte mischiata ad un nazionalismo più stucchevole dell’integralismo di Rouhani, sta lentamente sparendo dietro ai nostri occhi coperti da numeri sbandierati, code davanti ai musei solo una domenica al mese, le passeggiate istituzionali a Pompei.

Però oggi riformiamo il nostro Ministero, depotenziamo le Soprintendenze unificandole in virtù della semplificazione a tutti i costi, uniamo quelle bibliografiche a quelle archivistiche.

L’archeologia è nuda e noi la copriamo tutti i giorni, non solo a causa di Rouhani. Ci copriamo gli occhi, lasciandola in mano a riforme che forse, un domani, non ci permetteranno di poterla guardare di nuovo.

L’archeologia è nuda, noi invece siamo fin troppo coperti.